mauro giancaspro
 

Dott. Mauro Giancaspro

Scrittore

La voce vivificante dell’acqua

È il 17 luglio del 1717. A Londra fa caldo e re Giorgio I cerca refrigerio sul Tamigi insieme a tutta la sua corte, grazie ad una gita rinfrescante da Whitehall a Chelsea. Sull’imbarcazione reale la corte è al gran completo, con amici e amiche importanti. Al suo fianco scivola sul fiume anche la chiatta con cinquanta orchestrali per allietare i reali e i loro ospiti. Georg Friedrich Händel, musicista di corte, fa una bella sorpresa al suo sovrano.
Gli fa ascoltare un’assoluta novità: la Musica sull’acqua. È una suite di una ventina di pezzi: musica brillante e d’intrattenimento, piacevole e orecchiabile, spesso affidata al ritmo della danza e della marcia, con ottoni e percussioni particolarmente brillanti. Al re piace moltissimo, tanto che ordina agli orchestrali di ripeterla per ben tre volte.
Due secoli dopo, il 30 marzo del 1917, al Teatro Augusteo di Roma un nuovo, scintillante connubio tra acqua e musica: esordisce il poema sinfonico Fontane di Roma di Ottorino Respighi, in quattro movimenti dedicati ad altrettante fontane: La fontana di Villa Giulia all’alba; La fontana del Tritone al mattino; La fontana di Trevi nel pomeriggio; La fontana di Villa Medici al tramonto. Lo stesso Respighi ne scrive confessando di aver voluto “esprimere sensazioni e visioni suggerite da quattro fontane di Roma, considerate nell’ora in cui il loro carattere è più in armonia col paesaggio circostante”.
Sono due esempi, diversissimi e lontanissimi tra loro nel tempo, del rapporto della musica con l’acqua: il primo scintillante e spettacolare, adatto ad accompagnare il moto delle imbarcazioni sul fiume, quasi una danza spensierata sulle onde lievi del Tamigi, il secondo più lirico, sognante e denso di suggestioni. La prima è impetuosa musica di occasione da eseguirsi all’aperto, la seconda più lirica e lieve, da ascoltare in sala da concerto.
Tantissima musica è stata ispirata dall’acqua e ne ha celebrato la bellezza, la sonorità, la capacità di disegnare vivaci architetture mobili e impalpabili, e anche le suggestioni che essa sa ispirare. Si pensi al senso di pace dell’andante molto mosso del secondo movimento della Pastorale di Beethoven, indicato in partitura come “scena al ruscello”, di sapore quasi bucolico, o all’eleganza sfavillante dei Giochi d’acqua a Villa d’Este di Ferenc Liszt, nei quali sembra proprio di vederli, le gocce d’acqua e gli zampilli delle fontane che rimbalzano danzando sulla tastiera del pianoforte.
E tanti ancora se ne potrebbero citare di brani musicali ispirati all’acqua. Ma ve n’è uno, ancora, che ci piace ricordare, perché al descrittivismo del liquido impasto musicale, si abbina un vero e proprio inno alla fecondità dell’acqua. Pensiamo alla Moldava, poema sinfonico di Bedrich Smetana del 1874. Lo stesso autore, per questo brano a programma, fornisce agli esecutori indicazioni ben precise: “Il fiume Moldava - scrive il musicista - nasce da due sorgenti, gorgoglia gaio tra le pietre e luccica al sole, si allarga e le sue rive echeggiano di richiami di caccia e di danze paesane. Chiaro di luna, danze delle ninfe. Eccolo giunto alla rapida di San Giovanni, sulle cui rocce le onde si infrangono spumeggiando: di là la Moldava scorre ora largamente verso Praga, dove le rende omaggio l’antica e onorabile Vysehrad”, il castello sulla roccia che annuncia a chi viene sul fiume la città di Praga1. Della forza rigeneratrice e fecondatrice dell’acqua è tutta permeata una poesia che ai tempi delle elementari ci fecero imparare a memoria e dalla quale restammo così gioiosamente impressionati da ricordarla ancora da adulti. È La sorgente di Arturo Graf. Val la pena di ricordarne i primi versi, tanto è il senso di freschezza e di benessere che suggeriscono.
“Gelida, cristallina / dalla rupe zampilla / l’onda: giù per la china / fugge guizzando, brilla / del sole al lume, e franta / ride fra i sassi, in mezzo all’erba e canta / Io son la dolce e pura / acqua che vien dal cielo, / onda che in nube e gelo, / si muta e trasfigura; / la lucida e gioconda / acqua son io che terge e che feconda…”
Ma anche la musica cosiddetta leggera all’acqua e alle sue proprietà si è assai spesso ispirata. Quando eravamo diciottenni, all’inizio degli anni settanta, due canzoni ci emozionarono molto: Acqua azzurra acqua chiara di Mogol - Battisti e, soprattutto, Dolce Acqua di Ivano Fossati e Mario Magenta. Dolce acqua aveva un sottotitolo assai significativo: Speranza. Dopo un lungo esordio affidato ai vocalizzi e al flauto di Fossati, ecco i versi: Verde prato / dentro me / la tempesta passata non è / ma vedo / dolce acqua”.
Di ricordo in ricordo musicale, non si può non andare alla nostra canzone napoletana, nella quale l’acqua ha sempre avuto tantissima parte, in particolare agli endecasillabi cinquecenteschi della popolare Fenesta vascia. Il giovane innamorato, per potersi portare sotto la finestra dell’amata, vorrebbe diventare un giovanotto, nu’ picciuotto, imbracciando una lancella, una brocca, per andare a vendere acqua.
È tutta napoletana la tradizione della vendita ambulante dell’acqua, risorsa lavorativa per chi, avendo le braccia e le gambe robuste di un picciuotto, poteva portarsi fuori porta o in periferia ad attingerla a sorgenti o a fontane, e poi tornare nell’agglomerato urbano, lancella in spalla, a offrire la possibilità di dissetarsi. E innumerevoli sono le novelle, i versi e le canzoni dedicate ai venditori d’acqua a Napoli. L’acqua è sempre stata per l’uomo un bene preziosissimo da tutelare, difendere e proteggere, anche mettendola al riparo da sprechi. Nel mondo greco-romano le fonti erano sempre materializzazione di divinità, di semidei, di ninfe da rispettare e da propiziarsi con la devozione religiosa e all’occorrenza anche con riti apotropaici e scaramantici. Non dimentichiamo che Talete di Mileto, ritenuto il primo filosofo della storia del pensiero occidentale, riteneva l’acqua principio primo di tutto le cose. E nella Roma imperiale il consumo dell’acqua era severamente governato da un procurator aquarum, carica di grande rilievo, sempre ricoperta da un fidato liberto di Augusto e perciò sotto il suo diretto controllo.
Ed ecco, ancora una volta, Giuseppe Ottaiano, di nuovo alla ricerca, per parafrasare il titolo di famosissima guida di Napoli del ‘600, del bello, dell’antico, del curioso e anche del prezioso della nostra straordinaria regione, questa volta come un vero e proprio rabdomante dell’immagine.
Ancora una volta, Ottaiano si fa ardimentoso viandante nelle nostre terre, anche di quelle più interne, più scoscese e quasi segrete, dove la natura sembra custodire gelosamente le sue straordinarie creature d’acqua, e dove la laboriosità dell’uomo ha saputo creare meraviglie di scultura e architettura per irreggimentarla e offrirla all’uomo.
Così alla geniale creatività della natura, che ha condotto l’acqua prima sottoterra e poi l’ha spinta in superficie in piccoli rivi, in fiumi, in laghi o creando grandi e travolgenti cascate, si è unita l’operosità dell’uomo.
E noi lettori, passeggiando al suo fianco lungo l’itinerario per immagini, pagina dopo pagina, avvertiamo l’impetuosità delle acque, il refrigerio di una fontana all’ombra, la rasserenante visione di un fiume che scorre nelle campagne e sentiamo, rimanendone stregati, il fragore delle cascate.
Tra i godimenti delle immagini che Giuseppe Ottaiano ci propone, ci manca quello dell’incontro con qualcuno che ti si avvicina, mentre vai affaticato e accaldato, e ti offre da bere. Ma se, come siamo certi, il viaggio attraverso le foto ti spinge ad andare poi a piedi in quei luoghi, stai pur certo che qualcuno che ti offre acqua lo trovi.
Perché questo scopriamo seguendo Giuseppe Ottaiano: che la nostra regione non è solo bella, ma che è anche stata creata per essere ospitale grazie a quell’acqua che, come abbiamo appreso fin da bambini con la poesia di Arturo Graf, “ride tra i sassi in mezzo all’erba e canta” e che soprattutto “deterge e feconda”.

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